Mag 5, 2021 | Intervista | 0 commenti

I banchetti romani… Come si svolgevano. CNN.com

Intervista | 0 commenti

di Giorgio Franchetti

Intervista

Ringrazio Silvia Marchetti per avermi intervistato a proposito di uno dei più grandi luoghi comuni legati all’antica Roma: quello dei banchetti. Il cinema ha contribuito enormemente a far circolare una cattiva informazione riguardo questo aspetto della vita quotidiana dei Romani più facoltosi. Effettivamente, il banchetto era uno status symbol. Il concetto di alimentazione era stato da tempo superato a favore dell’ostentazione. Le sale triclinari erano dei veri e propri uffici di rappresentanza, dove si sfoggiava la propria opulenza per colpire gli invitati, dove si tramavano complotti, si facevano affari, si promettevano figli e via dicendo. Chi poteva permetterselo sfoggiava cibi esotici, giunti da lontane province e per questo costosissimi, e a volte neanche saporiti. Ma il sapore non era importante. Ciò che contava era che il giorno seguente Tizio avrebbe incontrato Caio, magari nel Foro, nella Basilica, o in Senato e gli avrebbe raccontato della cena della sera prima, elogiando il padrone di casa e il cuoco. Quest’ultimo lo aveva sorpreso con pietanze che sembravano una cosa ma che poi, addentate, si erano dimostrate tutt’altro. E quando si era pieni, si vomitava, e si ricominciava…

Asarotos oikos dal Museo di Aquileia (da A tavola con gli antichi Romani, Ed. Efesto, 2017)

Memento Mori (da A tavola con gli antichi Romani, Ed. Efesto, 2017)

L’usanza era quella di gettare in terra tutto ciò che non era commestibile, come lische di pesce, ossa, torsoli di mele… Immaginatevi come potevano presentarsi, a fine banchetto, i pavimenti delle sale triclinari delle domus patrizie. Ecco, un’idea ce la fornisce lo stile decorativo introdotto nel II sec. a.C. da Sosos di Pergamo, con mosaici che riproducevano, con incredibili dettagli, proprio resti di cibo lasciati in terra. Questa corrente artistica prese il nome di Asarotos oikos, che vuol dire letteralmente il “pavimento non spazzato”, e oggi ne conserviamo mirabili esempi all’interno di alcuni musei italiani e non. Qui a sinistra, in alto, un dettaglio della composizione musiva esposta nel Museo di Aquileia e che trovate all’interno del mio libro A TAVOLA CON GLI ANTICHI ROMANI (Edizioni Efesto, 2017, autoriz. Museo Arch. Naz. Aquileia). Più in alto, potete invece vedere un dettaglio di un mosaico di epoca tarda conservato in Svizzera, nel castello di Chateau de Boudry, con tavola sigmoide e tanti invitati. In un angolo un gatto che rovista tra i resti del 
cibo. 
Al termine dei banchetti, una sorta di rito: la commissatio, ovvero brindisi ininterrotti, seguendo uno schema scelto, di volta in volta, dall’ospite d’onore, eletto magister bibendi
 

Non più mangiare per vivere, ma vivere per mangiare...”

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Qui sotto tutto l’articolo scritto per CNN.com dalla brava Silvia Marchetti, che ringrazio per l’intervista…

E poi, la morte…

Dopo il banchetto capitava che il tema dei discorsi fosse quello della morte, e questo, secondo alcuni sociologi, pare sia una peculiarità dell’essere umano: al momento di massimo piacere il pensiero va al momento più basso. Una conferma indiretta di questa strana usanza ci viene da Svetonio, quando racconta della cena cui partecipò Cesare la sera prima della sua morte. Intervenne a un banchetto a casa di Lepido e il discorso finì sulla morte. La domanda che si posero gli invitati fu quale fosse la morte migliore, quella da augurarsi. Cesare rispose “rapida, e improvvisa”, quasi una visione premonitrice di quanto gli sarebbe accaduto poche ore più tardi nel Teatro di Pompeo…

 

 

Foto © Silvia Vacca 2018

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