SANGUE SULLA DECIMA LEGIONE

Avete mai fatto caso, leggendo il De Bello Gallico, che ci sono dei punti in cui Cesare salta da un periodo all’altro? Avete avuto anche voi la sensazione che ci fosse qualcosa che non ci è stato detto? O che le sue decisioni, in alcune occasioni poco condivisibili, fossero spinte da qualcosa che non sappiamo? Ecco, io ho messo insieme tutto questo e ho riempito con la fiction i suoi vuoti narrativi. Ne è nato questo libro, che ancora oggi considero la cosa migliore io abbia mai scritto…

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Leggendo tra le righe…

Guardai Cesare, poco distante da me, e vidi l’impassibilità sul suo volto. Ma in cuor suo aveva già capito di aver vinto. I Tigurini cominciarono a urlare per darsi una parvenza di coraggio e dignità, mentre le loro donne urlavano, prese dalla paura e dal terrore, e si gettavano nel fiume cercando di attraversarlo a nuoto, e così i loro sventurati figli. Cadere in mano nostra avrebbe significato essere schiavi a vita nel migliore dei casi. Dall’altra sponda del fiume i due terzi dell’esercito nemico avevano anch’essi intuito la sorte di quello scontro imminente e urlavano a gran voce dando sfogo alla totale frustrazione di non poter correre in aiuto dei propri compagni. Si urlava, si gridava, c’era un immenso frastuono. Ovunque lungo quel punto del fiume. Cesare però ci trattenne ancora e anzi, forse volendo allungare il tempo di quel suo trionfo anche sul passato, in un gesto di grande teatralità, inaspettatamente ci ordinò di cantare; di intonare il canto della nostra legione. E così, in quella notte fredda e umida che non sarebbe mai finita per quasi tutti i Tigurini, pian piano si fece largo il nostro canto di morte. Un centurione venne in prima fila e cominciò ritmicamente a battere la lama del gladio di piatto sull’umbone del proprio scudo. Poi venne seguito da tutti i legionari. Così cominciò a salire verso il cielo un ritmo che metteva i brividi. Le urla delle donne dei Tigurini pian piano cessarono, smisero di gettarsi nel fiume e si voltarono verso di noi. Anche le grida forsennate dei guerrieri scemarono e rimase il vuoto tra noi e loro, riempito solo da quel lento cadenzare di colpi. Poi un optio cominciò il suo canto di morte: 

«ROMA PATRIA AD BELLVM VOCAT FILIOS, ARMA ET SIGNA LEVANTVR CORNVQVE SONAT53» 

E tutti i legionari delle tre legioni presenti risposero in coro: 

«MILITES! MILITES! VENIANT HOSTES! MILITES! MILITES! VENIANT HOSTES!54» 

Uno strano silenzio scese sulle sponde del fiume. I Tigurini ci osservavano, così anche il resto del loro esercito dall’altra parte del fiume. 

L’optio riprese: 

«TEMPLI IANI APERIENTVR ASYLI PORTAE, MARTIS ARMIS AB HOSTIBVS TEGITVR VRBS55» 

E ancora in quasi diciottomila un nuovo coro: 

«MILITES! MILITES! CAVEANT HOSTES! MILITES! MILITES! CAVEANT HOSTES!56» 

E ancora: 

«MAR AC TERRA AGITANTVR A INIMICIBVS, SICVT AQVILA IN EOS INVOLAMVS57 

«MILITES! MILITES! HIC SVNT HOSTES! MILITES! MILITES! HIC SVNT HOSTES!58 

A questo punto Cesare alzò una mano. E ci fu uno squillo di buccina. 

I soldati smisero di battere sugli scudi e quel ritmo che tenevano battendo coi gladi cominciarono a tenerlo battendo i piedi sul posto. Era come se il martello di Efesto in persona si fosse trasferito dal cielo alla terra, facendola vibrare a ogni colpo, cadenzato, perfetto. Non sentivi diciottomila passi ma un sol passo, quello che la disciplina del nostro esercito era in grado di fare. Gli scudi posti davanti e non di lato. Gli animali del bosco erano spariti, nessun verso, nessun latrato di lupo. Gli unici lupi quella notte, in cerca di preda, eravamo noi, figlio mio. L’acqua che scorreva dell’Arar era così lenta che anche lei sembrava essersi fermata ad ascoltare quel canto, quella notte.  

«PROCEDENT LEGIONES VT CORPVS VNVM, RESONAT OMNIS VIA NOSTRIS PASSIBVS59 

Era il momento: tutto lo schieramento romano prese a muoversi, battendo il piede sinistro sulle sillabe della canzone. 

«MILITES! MILITES! NVNC TREMVNT HOSTES! MILITES! MILITES! NVNC TREMVNT HOSTES!60» 

E avanzavamo, lenti, compatti. Sembrava che la stessa montagna si stesse chiudendo sopra i Tigurini. Vedevo Cesare con il viso contratto in una smorfia di piacere e concentrazione. Accanto a lui aveva due cavalieri della sua scorta con in mano delle grosse torce. Lo illuminavano a pieno, uno alla sua destra e l’altro a sinistra. Penso che ci tenesse a farsi ben vedere dai suoi nemici, come a dire “sono qui e vi sto per schiacciare”. La sua presenza sul campo significava, a livello mentale, avere di fronte il doppio dei nostri, agli occhi dei nemici. Tutti conoscevano la sua fama di condottiero. 

ROMA MISERICORS IN INERMIS ERIT, SVPERBOS DEBELLARE PARATI SVMVS61”. 

L’optio che cantava rientrò di corsa nei ranghi. 

MILITES! MILITES! FVGIANT HOSTES! MILITES! MILITES! FVGIANT HOSTES!62”. 63
I soldati avanzavano minacciosi e allora, terminato il canto, Cesare alzò ancora la mano e la buccina squillò. La cavalleria si abbatté contro il nemico prima che questi potesse capire che cosa era successo. Sentii il rombo degli zoccoli al galoppo arrivare dalla mia destra, come quando sei troppo vicino a un alveare di api, un rumore forte, continuo, ci superò e vidi appena le loro sagome che si allontanavano dalla nostra ala per raggiungere in pochi istanti il nemico che ormai era a portata di lancio di pilum. I Tigurini cercarono scampo dietro i loro carri, dietro i loro bagagli, ma vennero falciati. Le urla arrivavano da ogni dove. I nemici per cercare di respingere la cavalleria si erano chiusi in un blocco da cui lasciavano uscire le loro lance, per tenere lontani i cavalli. Ma non servì granché. I nostri cavalieri erano determinati, vedevo alzarsi le loro lunghe spade e abbattersi sui corpi dei Tigurini che venivano spazzati via, piegati, come quando il grano è maturo, dritto nei campi, e noi alziamo la falce al cielo che poi ricade e ne recide gli esili gambi, e le steli volano in terra. Urla, rumore di ferro che impattava, cavalli che nitrivano. Un rumore assordante di morte. Ma fu solo l’inizio. 

Cesare allora alzò nuovamente il braccio e mi guardò. 

Presi la fistula64 e la portai alle labbra. 

Fischiai. In questo modo ottenni l’attenzione dei legionari, dei centurioni della mia legione e degli optiones. Ma anche dei decurioni65 impegnati negli scontri, che immediatamente ordinarono la fine dell’assalto e portarono nuovamente i loro cavalieri di lato al nostro schieramento. Sapevano cosa stava per avvenire e dovevano togliersi da quel punto, immediatamente. 

Gridai: 

«PARATI: PILA IACITE66!» e tutti in prima fila caricarono il braccio con il giavellotto pronti a lanciare.  

Fischiai ancora e i giavellotti riempirono il cielo con il loro volo. La Luna, che per un momento si affacciò dalle perenni nubi di questa terra, figlio mio, sparì oscurata stavolta dal legno dei nostri pila che attraversavano silenziosi il manto della notte. Il nemico era nel panico, ci aveva visto lanciare i giavellotti ma non poteva di notte vederli arrivare. E non sarebbe servito. Sentimmo subito dopo le prime urla, e poi ancora, e ancora, e a volte il rumore di scudi colpiti, spezzati, trapassati. E quando la Luna ebbe nuovamente il coraggio di affacciarsi dalle nubi, dove sembrava essersi anch’essa nascosta in quel terribile momento, il campo di battaglia fu illuminato e potemmo vedere la devastazione che avevamo portato. Corpi trapassati ovunque, accalcati tra loro, molti ancora con l’asta dei nostri giavellotti conficcata. E poi feriti che si trascinavano, lamenti di ogni genere.  

Osservai Cesare. Mi osservò. Annuì lentamente. 

Portai nuovamente la fistula alla bocca. Fischiai. 

Gridai: 

«PARATI: SECUNDI! PILA IACITE!» 

La seconda linea dei soldati caricò il braccio con il giavellotto.  

Fischiai. 

La seconda linea fece qualche passo e scagliò il giavellotto nel cielo. 

Ancora dopo pochi istanti nuovamente urla strazianti, rumore sordo di impatto contro corpi, contro legno. 

Ancora vedemmo la devastazione. L’azione combinata della nostra cavalleria e dei nostri pila aveva già ridotto il numero dei guerrieri Tigurini ancora in piedi e abili a combattere. E i nostri non si erano ancora neanche graffiati.  

Cesare alzò la mano, la buccina squillò. 

Fischiai.  

Gridai:  

«AD GLADIVM!» e tutti estrassero in un sol movimento studiato e ripetuto centinaia di volte i loro gladi con la mano destra.  

Fischiai.  

Gridai:  

«PROGEDITE!67» e tutti gli optiones cominciarono a scandire a tempo: 

«SIN, SIN, SIN-DEX, SIN!» e tutti i soldati battendo il piede sinistro su ogni “sin”, cominciarono ad avanzare, compatti, schierati, un sol corpo procedeva verso i Tigurini, una sola mente li comandava, Cesare. 

Arrivammo in poche decine di passi a contatto con quello che restava dei nemici, io ero in prima fila, come sempre facevo, e partecipai al massacro. 

I Tigurini, ormai allo sbando, ci arrivavano contro correndo, armati più del loro coraggio che della loro determinazione e finivano respinti contro i nostri scudi, impenetrabili, e immediatamente trafitti a morte. 

Vidi cadere qualcuno dei nostri, in prima fila, ma quelli che cadevano o restavano feriti erano davvero pochi rispetto alla massa dei Tigurini. 

Anch’io combattei.  

Un barbaro venne correndo contro di me e cercò di atterrarmi dando una violenta spallata al mio scudo ma venne respinto. Alla sua successiva carica alzai di scatto lo scudo verso l’alto e con l’umbone68 lo colpii al volto con potenza, indietreggiò stordito, e lo trafissi al petto.  

Ma altri venivano da tutte le parti. 

Uno un po’ più grosso e spavaldo degli altri, con lunghe treccine bionde e il viso completamente annerito dal fango, venne dritto verso di me. 

Lo vidi arrivare, il mio scudo era già pronto a respingerlo, vidi all’ultimo la sua ascia che si alzò nell’aria e ricadde sul bordo superiore del mio scudo e la parai in un soffio. Non potei però evitare che il bordo dello scudo mi colpisse violentemente al volto, procurandomi un taglio sulla sommità del naso. 

La mano del barbaro rimase pochi istanti ancora stretta sull’impugnatura della sua ascia incastrata nel mio scudo e questi pochi istanti di sua incertezza nel da farsi gli furono fatali: aprii un po’ lo scudo e mi trovai il suo addome completamente nudo e a portata di gladio. 

Affondai con forza la spada nel suo ventre, figlio mio, e subito girai di lato il manico, così che la ferita si allargasse, e lasciasse danni terribili nelle sue carni. 

Il sangue unito a parti di interiora uscì copioso e il barbaro quasi sorpreso dall’immediatezza di quell’azione, mi fissò ancora qualche istante prima che i suoi occhi si facessero opachi e lui cadesse in terra, morto. 

Estrassi la sua ascia dal mio scudo e la gettai in terra. 

Intorno a me si combatteva corpo a corpo, ma pochi Tigurini ancora erano in piedi. In terra c’erano corpi ovunque. 

La battaglia era ormai vinta. Vedevo ancora qualche barbaro che cercava di penetrare il nostro schieramento ma subito cadeva in terra trafitto. 

Le nostre quarte e quinte file neanche vennero impiegate. 

Pochi dei nostri caddero, qualcuno restò ferito. 

Alle prime luci di quel giorno si presentò una scena terribile: la sponda del fiume, a perdita d’occhio, era coperta di corpi, anche sulle rive, c’erano fuochi, fumo, odore di morte, ovunque lamenti, carri rovesciati, bagagli e salmerie sparse ovunque. 

I nostri girovagavano tra i corpi per finire i moribondi, per fare bottino di torques e quant’altro utile e di valore. 

Cesare osservava immobile. 

Lasciai allora cadere in terra il mio scudo e feci ciò che avevo già fatto tante altre volte prima: mi passai la lama del gladio sulla tunica, per pulirla. Poi lo rinfoderai. Mi slacciai l’elmo e mi sedetti in terra, esausto. 

Gli Elvezi dall’altra parte del fiume avevano assistito inermi a tutto lo scontro.  

Ora urlavano forte, mostravano i genitali e ci sfidavano. 

Tito Terenzio, uno degli optiones, arrivò fino al bordo del fiume e gridò verso di loro: 

«Di qui non passerete, Elvezi!» 

Seguito dal fragore di centinaia dei nostri che erano vicini a lui, che urlarono e alzarono le armi al cielo, quasi quel grido di sfida arrivasse da Marte in persona. 

Cesare sorrise, si avvicinò a me con il suo cavallo, e mi disse: 

«Seiano, chi è quell’optio 

«A vederlo da qui mi sembra Tito Terenzio, Cesare… Sì, deve essere lui, è il suo modo di fare…!», lo guardai e sorrisi. 

Lui rispose al sorriso, valutò, poi mi disse: 

«Un bel modo di fare… Cinquanta denari per lui questa settimana oltre alla paga, Seiano… E fai in modo che tutti lo sappiano…» 

Sorrisi a mia volta. Cesare tirò le redini a sinistra e colpì col piede il fianco del suo cavallo, che scartò e lo riportò in cima alla collina. 

Fischiai, chiamai i centurioni della mia legione. 

Quando arrivarono dissi loro: 

«Diamo a tutti ancora un po’ di tempo per fare bottino, poi rimetteteli in colonna e torniamo al campo, Cesare è già andato con la cavalleria e la sua scorta. Qui non c’è altro da fare oggi.» 

Tutti annuirono.  

 

Anteprima e
SINOSSI

Descrizione

466 Pagine
BROSSURA

Edizioni Efesto, 2015
EAN: 9788899104498

 

GALLIA, 58 a.C.…

Cesare corre in soccorso degli Edui per contenere l’invasione degli Elvezi. Durante quello scontro muore un soldato romano della Decima Legione. Questo episodio, inevitabile durante una battaglia, condizionerà l’intera campagna di Cesare in Gallia. Presto infatti il medico della legione si accorgerà che Lucio Antistio non è stato ucciso dai nemici. C’è forse un traditore tra le fila dei soldati romani?
O qualcosa di ancor più spaventoso?
Un’oscura minaccia aleggia sopra I Romani e un centurione sarà incaricato da Cesare di far luce su questo mistero. Una storia incredibile che si intreccia completamente con il racconto dei fatti storici del De Bello Gallico di Cesare.
Questo romanzo mescola continuamente personaggi inventati con personaggi storici che Cesare stesso pone sul campo di battaglia nel suo diario di guerra. Un racconto serrato, un’attenta descrizione di luoghi, popoli, usanze e costumi. Per raccontare, oltre che una storia, anche LA storia… Chi ha ucciso Lucio Antistio?

ANTEPRIMA

“Per insegnarmi a diffidare dell'oscurità, perché spesso vi si celano nemici terribili, a volte nei panni di amici o di alleati..."

Anteloquio

Lei rise. E si strinse ancora un po’. «Uhm. Sembra importante…» rispose lei, prendendosi gioco di me. Mi piaceva dannatamente quella donna. Sorrisi di nuovo.

Capitolo V, 4

Poi con un calcio in pieno petto lo spinsi sul prato, gli montai sopra e presi a colpirlo in faccia con decine di pugni… Finché non si mosse più… Poi presi la sua spada e gliela ficcai nel petto…». Io lo guardai, interrogativo. «Per essere sicuri…!», aggiunse lui.

Scheda XVI, 1

IN ARRIVO!

Presto disponibile in libreria!