A TAVOLA CON
GLI ANTICHI ROMANI

Un viaggio incredibile alla scoperta delle abitudini a tavola degli
antichi Romani, con foto, illustrazioni, tanta storia e 124 ricette riprese
dai più famosi autori romani, come Apicio, Varrone, Columella, Catone e
ricostruite in cucina dall’archeo-cuoca Cristina Conte…

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Capitolo 1
UN PO’ DI STORIA

“…pulte, non pane, vixisse longo tempore Romanos manifestum…”

Come mangiavano i primi antichi romani?

Cominciamo col dire subito che il regime alimentare dei primi antichi Romani era prevalentemente vegetariano. Le verdure erano così presenti nei pasti tipici dei nostri antenati culturali che Plauto, vissuto tra la seconda metà del III e gli inizi del II secolo a.C., definì i Romani “mangiatori di erbe”. La lettura di autori come il citato Plauto, ma anche Orazio, ci consente non solo di stilare un elenco completo delle verdure presenti sulle tavole romane, ma anche di cogliere un dato significativo: i Romani tendevano a mischiare in maniera convulsa e disordinata cibi e sapori. I principali alimenti in quei tempi remoti, quelli dei trenta populi albenses, dei latini, dei primi re fondatori, dei “reges-augures” per capirci (e per molto tempo dopo di loro), erano i cereali e tra questi principalmente il farro dai cui chicchi macinati si ricavava una farina che veniva usata per preparare la “puls”, alimento base dei loro pasti.  Parlando del farro, Plinio scrive: “…primus antiqui Latii cibus magno argumento in adoriae donis sicuti diximus. Pulte autem non pane vixisse longo tempore romanos manifestum…”(1). Ovvero: “…primo cibo per gli antichi del Lazio, di grande testimonianza nei doni di adorazione (fa riferimento ai doni sacri, n.d.a.), come abbiamo detto. I Romani vissero per molto tempo di polta, non di pane…”. Tanto era il consumo di questa specie di polenta che Plauto definì i Romani “pultiphagonides“, mangiatori di polta. Questa polenta veniva preparata nel pultarium, un particolare contenitore in cui veniva versata la farina di farro, acqua, sale, latte e a cui a piacimento venivano aggiunti fave, cavoli, cipolle, formaggio e solo più raramente pezzi di carne o di pesce ottenendo così la satura, da cui deriva il termine “saturo” che ancora oggi significa “colmo”, “pieno”, proprio per la particolare sensazione di pienezza che dava questa pietanza. I primissimi antichi Romani si cibavano quindi essenzialmente di questo cereale, il farro, che viene da Plinio descritto come il più forte e robusto dei cereali, con cui realizzavano questa sorta di farinata. La carne era usata come contorno solo molto di rado e per le mense più fortunate, per le tavole dei ricchi. Altrimenti il farro si poteva anche cuocere direttamente in grani, ma era comunque l’elemento centrale del pasto. Pensate, il termine “farina” deriva proprio da “far”, ovvero il farro. Altri cereali che trovavano un largo utilizzo nella dieta dei romani arcaici erano l’orzo, che diverrà per le sue proprietà l’alimento alla base della dieta dei gladiatori (per questo chiamati anche hordearii) e il miglio. Il pane vero e proprio giunse tardi sulle tavole dei Romani, intorno al II sec. a.C., e di questo parleremo diffusamente più avanti, nel capitolo dedicato interamente a questo alimento così ormai imprescindibile dalle nostre tavole moderne. Quando a Roma arrivò il pane – e giunse dall’Etruria –  iniziò la scomparsa graduale ma definitiva della polenta dalle tavole dei Romani. Solo alcuni grandi pensatori e filosofi continuarono a cibarsi di “puls”, una sorta di “mos maiorum” alimentare morigerato rispetto al consumismo dilagante e alla dissolutezza dei costumi.  Al punto che l’alimentazione arcaica, dei primi Romani, venne elevata successivamente a canone morale, come se questo tipo di cibo, costituito solo di alimenti essenziali e che anteponeva la sazietà al gusto, esaltasse ulteriormente l’aspetto eroico e sacrale degli antenati, in contrapposizione con la rilassatezza totale dei costumi lamentata da molti in epoca imperiale. Lucio Anneo Seneca, politico, filosofo e drammaturgo romano, quindi persona di cultura e attento critico del proprio tempo, ci testimonia questo pensiero:

Che gli dei e le dee confondano quelli la cui dissolutezza valica i confini di un così invidiabile impero. Pretendono che sia preso di là dal Fasi ciò che serve alla loro fastosa cucina e non si vergognano di chiedere uccelli ai Parti, con i quali non abbiamo ancora saldato i conti. Da tutto il mondo fanno venire per il loro palato schizzinoso i cibi più prelibati dal lontanissimo oceano vengono portate vivande che il loro stomaco, rovinato dalle raffinatezze, a mala pena riesce a tollerare. Vomitano per mangiare, mangiano per vomitare e non si degnano nemmeno di digerire quei cibi che fanno cercare per tutto il mondo. Ma a chi disprezza tutto questo, che danno può portare la povertà? A chi, invece, desidera queste cose la povertà giova ugualmente: infatti lo guarisce suo malgrado perché anche se egli non accetta il rimedio, benché vi sia costretto, non potendo, è simile a quello che non vuole. Caligola che la natura, mi pare, ha voluto far nascere proprio per mostrare a che cosa possono giungere i grandi vizi accompagnati a una grande fortuna, per una cena, in un sol giorno, spese dieci milioni di sesterzi e, aiutato in questo dalla fantasia di tutti, trovò la maniera, anche se a fatica, di spendere per una sola cena le entrate di tre province. O miserabili quelli il cui palato non è stuzzicato che dai cibi più costosi! Costosi non già per il sapore straordinario o per una qualche particolare dolcezza del gusto, ma per la loro rarità e per la difficoltà di procurarseli. Ma se tutta questa gente volesse tornare alla ragione, che bisogno c’è di tante arti al servizio del ventre? Perché tanti scambi commerciali? Perché devastare tante foreste? Perché scandagliare il fondo del mare? Dappertutto si trovano cibi che la natura ha distribuito in tutti i luoghi; ma costoro passano oltre come ciechi e percorrono tutte le regioni e attraversano i mari e mentre con poco potrebbero placare la fame, la stuzzicano a caro prezzo. Vien voglia di dire: “Perché mettete in mare le navi? Perché vi armate contro le fiere e contro gli uomini? Perché correte così inquieti di qua e di là? Perché accumulate ricchezze su ricchezze? Non volete considerare quanto piccolo è il vostro corpo? Non è una pazzia, non è delirio estremo desiderare tanto, quando può contenere così poco? Voi potrete accrescere il vostro censo, potrete allargare i vostri confini, ma giammai ingrandire i vostri corpi. Quand’anche i vostri commerci siano andati bene e la guerra vi abbia reso molto, quand’anche abbiate ammucchiati i cibi venuti da ogni parte, voi non avrete dove mettere tutte queste provviste. Perché, dunque, raccogliete tante cose? Certamente, allora, i nostri antenati, la cui virtù è ancor oggi il sostegno dei nostri vizi, erano ben infelici, dal momento che si preparavano il cibo con le loro mani e avevano per letto la terra e le cui dimore non splendevano di ori e non avevano templi sfolgoranti di gemme. Allora si giurava su divinità di argilla e chi le invocava tornava dal nemico disposto a morire pur di non tradirle. Certo quel nostro dittatore6 che ascoltò gli ambasciatori sanniti mentre cuoceva sul fuoco un poverissimo cibo con le sue mani, con quelle stesse mani con cui spesso aveva colpito il nemico e aveva deposto una corona nel grembo di Giove Capitolino, certo, doveva vivere meno beato di quanto, a quel che noi ricordiamo, visse Apicio (2) che in quella città dalla quale, un tempo, i filosofi furono costretti ad andarsene perché corruttori della gioventù, fu maestro di scienza culinaria e col suo insegnamento corruppe tutta un’epoca!”. Vale la pena di conoscere la sua fine: dopo aver sperperato in cucina un milione di sesterzi e dopo aver divorato in una gozzoviglia dopo l’altra tante elargizioni di principi e l’enorme tributo del Campidoglio, oberato dai debiti, fu costretto per la prima volta a fare i suoi conti e così calcolò che gli restavano soltanto dieci milioni di sesterzi, e, come se vivere con dieci milioni di sesterzi volesse dire patir la fame, si avvelenò”(3) .

Seneca criticava quindi questa sorta di totale rilassatezza dei costumi dei suoi contemporanei e trovava la risposta alla crisi delle antiche doti morali nella scomparsa della semplicità, anche alimentare, di quella frugalità ormai persa, di quella parsimonia veterum che, come abbiamo visto, era alla base delle abitudini alimentari iniziali. Pensate, in questo forsennato rincorrere, da parte di alcuni, stereotipi legati alla antica frugalità dei costumi alimentari si era addirittura arrivati a definire una sorta di emblema, di alimento caratteristico di questa “frugalitas”, tanto da citarlo come tale in molti testi antichi: la rapa. Non tutti però erano felici di questa visione quasi totalmente vegetariana della vita. Plauto, per esempio, a tal proposito – e con chiaro intento sarcastico – scrive: “Una montagna di cibo, insalata assiepata con altre erbe ed insaporita con coriandolo, finocchio, agli e prezzemolo, e inoltre acetosella, cavolo, bietola e porro. Si univa il tutto a senape pestata, una cosa orribilmente benefica, tutto questo però è più adatto ai buoi che agli uomini”. I letterati avevano argomenti importanti da citare a proposito della sobrietà dei costumi alimentari antichi. Infatti questa era presente anche nelle intoccabili leggende relative alla nascita della stirpe romana e alla sua provenienza troiana. Secondo Publio Virgilio Marone, il suo condottiero troiano Enea e gli uomini al suo seguito durante i lunghi e travagliati anni di navigazione prima di approdare finalmente nel Latium potevano nutrirsi quasi esclusivamente di polenta di farro, cui veniva aggiunta una varietà di pesci pescati durante la navigazione e di carne acquistata nei vari porti. Con questa citazione che affondava nelle origini stesse dei Romani possiamo certo dire che la “frugalitas” assumeva quindi una connotazione di assoluta “virtus” presente nei fondatori della stirpe di Roma (4) Quindi era questa l’alimentazione dei Romani prima dell’impero, e fu molto molto simile a quella dei vicini etruschi da cui nei periodi di carestia provenivano a Roma lungo il Tevere i rifornimenti di grano. Tito Livio, nel II libro della sua Ab Urbe condita, scrive:

Ventumque ad interitum servitiorum utique et plebis esset, ni consules providissent dimissis passim ad frumentum coemendum, non in Etruriam modo dextris ab Ostia litoribus laeuoque per Volscos mari usque ad Cumas, sed quaesitum in Sicilia quoque; adeo finitimorum odia longinquis coegerant indigere auxiliis.Frumentum Cumis cum coemptum esset, naues pro bonis Tarquiniorum ab Aristodemo tyranno, qui heres erat, retentae sunt; in Volscis Pomptinoque ne emi quidem potuit; periculum quoque ab impetu hominum ipsis frumentatoribus fuit; ex Tuscis frumentum Tiberi venit; eo sustentata est plebs…”(5).

Cioè:

“Per gli schiavi e soprattutto per la plebe avrebbe voluto dire morte se i consoli non avessero provveduto mandando degli emissari a racimolare frumento dovunque, non solo lungo la costa etrusca a nord di Ostia e a sud superando via mare le terre dei Volsci fino giù a Cuma, ma addirittura in Sicilia, tanto lontano li aveva costretti a cercare aiuto l’odio dei popoli confinanti. A Cuma, una volta acquistato il grano, le navi furono trattenute dal tiranno Aristodemo come indennizzo delle proprietà dei Tarquini di cui egli era l’erede; presso i Volsci e nel Pontino non si riuscì nemmeno ad acquistarne: i compratori di grano rischiarono addirittura di esser assaliti dai locali; dall’Etruria ne arrivò invece via fiume, lungo il Tevere, e bastò per sfamare la plebe…”.

Furono proprio loro, gli odiati Etruschi, con la loro ricca economia a portare sulle mense di chi se lo poteva permettere (“le possibilità economiche e le necessità del decoro gentilizio lo consentivano”(6) una più larga varietà di cibi che includeva finalmente anche carne da allevamento e da selvaggina e che garantiva l’apporto proteico necessario che andava a completare la dieta vegetariana. L’abitudine del tempo, in Italia, era quella che la pastorizia e l’agricoltura fossero portate avanti da “piccoli proprietari terrieri, soldati agricoltori che si erano venuti sostituendo agli antichi proprietari locali e che si erano stanziati con le loro famiglie negli appezzamenti loro assegnati come paga”(7). Come per esempio viene descritto nel De agri cultura di Catone il Censore, che fornisce importanti notizie riguardo la conduzione dei possedimenti agrari, o come con Terenzio Varrone che nel De re rustica parla diffusamente della coltivazione dei campi, delle vigne e degli oliveti. La cura dei campi e la coltivazione erano considerate dai Romani attività nobili e di grandissima importanza. Ricordiamoci di Cincinnato, che viene chiamato a rivestire il ruolo di dittatore (termine che non aveva all’epoca certo l’accezione negativa assunta successivamente!) contro gli Equi ma che appena vinti i nemici si affretta a tornare ad arare il proprio campo e al suo lavoro di contadino(8). A proposito di vino e olio va specificato che all’inizio trovarono un utilizzo, e una coltivazione, prettamente a scopo rituale. Furono i contatti che Roma ebbe con la Magna Grecia durante l’espansione territoriale del periodo ellenistico che cambiarono questa usanza e che insegnarono ai Romani che olio e vino potevano essere pienamente apprezzati anche a scopo alimentare. Questi argomenti verranno poi ripresi e approfonditi più avanti. Con il passaggio dalla repubblica all’impero cambiò radicalmente e definitivamente la condizione alimentare dei Romani. La vittoria di Ottaviano, che sarà poi primo imperatore di Roma, nella battaglia di Azio del 31 a.C. contro Marco Antonio e Cleopatra permise a Roma di mettere definitivamente i piedi in Egitto e di avviare dei traffici commerciali anche col Vicino Oriente e con l’Asia attraverso la città costiera di Alessandria. Da questa porta, o porto, commerciale affluirono verso Roma nuovi e diversi prodotti da ogni cultura e regione di questi nuovi territori. Secondo Plinio il Giovane, Roma conobbe “tutto quanto la terra produce di bello e di buono”(9). Più la cultura e il territorio di Roma si espandevano in ogni direzione, più giungevano i Romani in contatto con culture diverse che avevano sviluppato abitudini alimentari particolari. Alcuni di questi nuovi alimenti erano propri di regioni lontane, quindi a loro sconosciuti, ma impararono presto ad apprezzarli e a commerciarne, portandoli sulle tavole a Roma. Quello del passaggio dalla repubblica all’Impero è un momento fondamentale per la storia dell’alimentazione dei Romani. Infatti è qui che viene abbandonato definitivamente il concetto di cibo legato al semplice sostentamento, alla necessità puramente fisiologica di nutrirsi per scoprire un nuovo orizzonte: il sapore e il piacere che questo può fornire. L’arrivo dai porti orientali delle spezie e dei profumi fece fare al cibo il grande salto di qualità e i Romani si trovarono a riscoprire pietanze che conoscevano sotto una luce diversa.  Negli ultimi anni della Repubblica si cominciò a far largo la nuova moda di esibire il proprio potere, o la propria ricchezza, imbandendo tavole sempre più particolari. Tanto che proprio con l’età imperiale si cominceranno a scrivere libri di cucina. All’epoca di Cesare e di Augusto possiamo dire che le mense si piegassero sotto il peso delle libagioni disposte sopra di esse. Augusto, in realtà, personalmente non indugiava mai troppo nel cibo e nel vino, bevendone sempre al massimo tre volte a pasto. Quando eccedeva questa sua regola non superava mai un sestario e quando succedeva poi lo vomitava(10). Egli fu imperatore ligio ai costumi degli antenati e austero anche nell’alimentazione. Preferiva il pane comune, i pesciolini, il formaggio di vacca pressato a mano, i fichi freschi (11) alle ricche tavole imbandite che comunque allestiva per i suoi invitati occasionali. L’arrivo dell’impero diede il colpo di grazia alla morigeratezza dei costumi alimentari, facendo rimpiangere ad alcuni l’epoca d’oro arcaica, quella della “frugalitas” e lasciando spazio alla dissolutezza.  L’allargamento dei confini dello Stato comportò una nuova caratteristica nella cucina dei Romani: l’accostamento di sapori fortemente diversi e contrastanti, come per esempio avvicinare il dolce con il piccante, o anche il dolce con lo speziato. Una sorta di moderna combinazione tra cucina occidentale e orientale che poi era proprio quello che Roma era diventata, una cerniera tra due mondi uniti sotto le insegne dei Cesari. Come detto all’arrivo dell’Impero si cominciò a dar lustro del proprio potere o della propria ricchezza con cene e banchetti grandiosi. In queste epiche cene facevano bella mostra di sé prodotti esotici importati oltremare e pietanze elaborate. Tutto questo era pura ostentazione del lusso, voglia di mettersi in mostra allestendo banchetti con portate incredibili, la cui vista doveva più stupire che saziare. Il tutto era finalizzato a far parlare di sé nel Foro o nelle ricche domus, il giorno seguente. Di questa nuova moda di stupire con piatti esotici ci parla il poeta Marziale che stigmatizzava questo aspetto delle nuove tendenze dei suoi coevi,  quella di mostrarsi e far parlare di sé tramite il gusto di mangiare, scrivendo: “non è sufficiente, per te, Tucca, essere goloso: vuoi che così si dica di te, e così apparire…”(12). Chiaramente l’eccentricità era costosa e non è un caso trovare esempi paradossali nei racconti degli imperatori, coloro che forse più di tutti potevano spendere in stravaganze alimentari. Pensate che Caligola ingeriva delle perle disciolte nell’aceto e cibi cosparsi d’oro in polvere, sostenendo di dover essere un uomo frugale oppure un Cesare (13), Adriano amava invece un pasticcio di pasta dolce, chiamato “tetrafarmaco”, ripieno di vari tipi di carne di cacciagione, secondo il suo biografo Elio Sparziano. E che dire di Gallieno, il quale, stando a Svetonio:

“…in primavera si faceva preparare giacigli di rose, costruiva castelli di frutta, conservava l’uva per tre anni, in pieno inverno imbandiva dei meloni. Insegnò il modo di conservare il mosto per tutto l’anno ed offriva, anche fuori stagione, fichi verdi e frutta appena colta dagli alberi. Faceva sempre apparecchiare le tavole con tovaglie d’oro, facendosi preparare vasellame ornato di gemme e d’oro…”.

Sempre Gallieno aveva l’abitudine di banchettare in pubblico (14).

Incredibile pensare a come le abitudini alimentari dei Romani fossero cambiate radicalmente nel giro di pochi secoli. Dai pastori iniziali erano diventati in cinque secoli i padroni di un immenso territorio e anche a tavola ormai dettavano le regole. Da ogni parte dell’impero giungevano quindi navi cariche anche di questi nuovi prodotti alimentari, che andavano a riempire le tavole dei ricchi romani.  Il contatto tra Romani e Greci operò una sorta di trasformazione. Sembra che vennero addirittura inviati dei personaggi in Grecia per informarsi sugli usi e i costumi di questo popolo. I Romani poi assimilarono molte di queste usanze alimentari. Anzi, per chi poteva permetterselo, divenne di moda avere un cuoco greco alle proprie dipendenze una sorta di segno distintivo di raffinatezza e ricercatezza, quindi di prestigio sociale. Anche qui va detto che non tutti furono entusiasti dell’arrivo dei cuochi greci. “Non è da noi uno Stato in cui un pesce di mare vale più di un’oca…”, scriveva Catone nel De re rustica. Va sottolineato che al tempo di Augusto la stragrande maggioranza dei Romani rientrava tra i poveri e certi eccessi non poteva permetterseli. Anzi, doveva mantenersi con lo stretto necessario. La classe sociale povera era dipendente dalle famiglie più ricche. Erano i clientes, una sorta di popolo pronto a tutto per i propri tutori ricchi, e che ogni giorno riceveva una spatula, ovvero un cesto pieno di viveri, in cambio dei propri servigi.

La “frugalitas” iniziale, quella della puls, delle onnipresenti uova e della crema di latte acida era ormai tramontata. Sopravviveva solo presso alcuni cultori della morigeratezza antica, per lo più ridotta a lume di filosofia. Era iniziata invece l’epoca dei banchetti e di Trimalcione. Una ironica descrizione dei banchetti offerti da questo personaggio ci viene dal Satyricon di Petronio e va sottolineato, come nota di interesse e a conferma di quanto detto pocanzi, l’elogio che il padrone di casa fa nei confronti del suo cuoco, uno dei veri protagonisti “dietro le quinte” delle cene dell’epoca: “capace di trasformare un lardo in un piccione, un prosciutto in una tortora, uno zampone di maiale in una gallina…”. Infatti con l’affermarsi della moda dei sontuosi convivia, vetrine alto-sociali di sfarzo e opulenza, si attestò lentamente un teorema, applicatissimo dai Romani: più le pietanze erano elaborate, più erano apprezzabili.  Come balza subito all’evidenza, tutto questo si tramutava in dispendio di soldi. Soldi che si spendevano anche per quello che “circondava” la cena. Pensate che Nerone per una cena grandiosa spese qualcosa come quattro milioni di sesterzi per il solo addobbo floreale (15). Altro applicatissimo teorema fu: più una pietanza era costosa, più era buona.

 

[1] “…di polta, non di pane, vissero per lungo tempo i Romani…”, Plinio, Naturalis Historiae, XVIII, 83-84.

[2] Qui si parla di Marco Gavio Apicio, siamo sotto il regno di Tiberio.

[3] Seneca, Ad Helviam matrem, X, 3-7.

[4]  Sul perché da Enea a Romolo leggasi Andrea Carandini, Roma il primo giorno, Ed. Laterza.

[5] Tito Livio, Ab Urbe condita, II, 34.

[6] Vedasi M. Pallottino, Origini e storia primitiva di Roma, Rusconi; M. Pallottino, Genti e culture dell’Italia preromana, Jouvence.

[7] L. Quilici, Via Appia dalla Pianura Pontina a Brindisi.

[8] Considerata una storia leggendaria che però evidenzia la considerazione con cui i Romani ritenevano nobile l’arte di coltivare.

[9] Plinio il Giovane, Epistulae, III, 5-10.

[10] Svetonio, Augustus, 77

[11] Svetonio, Augustus, 76

[12] Marziale, Epigrammata, XII, 41

[13] Svetonio, Caius Caesar, XXXVII

[14] Svetonio, Historia AugustaDue Gallieni, 16.2-5

[15] Svetonio, Nerone, XXVII

 

Anteprima e
SINOSSI

Descrizione

368 Pagine
10 Schede di approfondimento
124 Ricette ricostruite
156 Foto e illustrazioni

Edizioni Efesto, 2017
ISBN: 978-88-94855-32-6

 

Come mangiavano gli antichi romani? Quanto spendevano per mangiare fuori casa? Cosa avremmo trovato nelle locande dell’epoca? Esistevano già le diete? E i sommeliers? A queste, e ad altre domande, prova a rispondere l’autore di questo libro, che vi prenderà per mano e vi condurrà in un incredibile e coloratissimo viaggio nel tempo alla scoperta delle abitudini alimentari dei romani. Potrete stupire i vostri amici con una cena particolare, di quelle con cui il famoso Apicio si divertiva a sorprendere i propri invitati con piatti incredibili. All’interno troverete 124 gustosissime ricette ricostruite dall’archeocuoca Cristina Conte ma anche 10 schede di approfondimento su alcuni importanti argomenti, come il garum, il mulsum, il myrtatum, cioè l’antica mortadella, e tanti aneddoti riguardo personaggi famosi dell’antica Roma. Cosa aspettate allora? Fate le valigie e partite per questo viaggio nel tempo e nell’antico gusto e non dimenticate di portare… l’appetito, l’unica cosa che dovrete mettere voi!

ANTEPRIMA

“…post quod non sunt lavandae manus…” I Romani durante la giornata avevano tre momenti principali che dedicavano al pasto, un po' come ancora facciamo noi: lo ientaculum, una sorta di spicciola colazione di prima mattina, il prandium, una colazione più corposa fatta in tarda mattinata, e la vesperna, pasto principale della giornata...

Capitolo 2 – I PASTI DEI ROMANI

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Capitolo 4 – I LUOGHI DEL CIBO

"cuius sucus laser vocatur" - Troverete il silfio in molte ricette apiciane ma se state per uscire di casa per andarlo a ordinare in erboristeria risparmiatevi la fatica: questa pianta è ormai dichiarata estinta. Ma lo è veramente? E perché si è estinta? Cercheremo in questo approfondimento di scoprire tutti i segreti di questa incredibile pianta...

Scheda 5 – IL SILFIO

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